ANJÔDAZA

Difficile e spesso inopportuno è tradurre in lingue occidentali parole della tradizione orientale quando queste -appunto perché tradotte a noi dall'incessante spendersi dei secoli e degli uomini- esulando da un contesto colloquiale e quotidiano, esprimono -o cercano di farlo- realtà di per sè ineffabili. Però a volte è necessario sottometersi all'esercizio del tradurre, se questo è utile almeno ad orientarci verso la ricerca di un significato altrimenti del tutto impenetrabile.

AN
essere a proprio agio; pacifico, quieto
stabilire, stabilirsi; calmarsi, appianarsi
DA
attacco, colpo; imprimere, temprare (una spada); -prefisso verbale enfatico-
ZA
lo stare seduti; posto a sedere; trono, piedistallo; posizione

Potremmo dunque volgere in italiano il termine anjôdaza con "star seduti stabili e quieti" o anche "sedersi (assumere una posizione, in senso lato) stabilmente a proprio agio".
Si comprende subito che definizioni così generiche offrono molteplici possibiltà d'interpretazione. Del resto si pensi a termini forti del buddismo zen quali mushin, munen, muga che nell'ampiezza quasi annichilente dell'orizzonte interpretativo offerto, costringono lo studioso che non voglia accontentarsi di definizioni meramente intellettuali ad una comprensione noetica, diretta, esperienziale.

Nel contesto educativo proposto dal maestro Tada Hiroshi, anjôdaza esprime uno stato mentale libero da attaccamenti, un'attitudine psicofisica stabile ma rilassata, una sorta di concentrata quiete della mente in cui non v'è traccia alcuna d'un prodursi cosciente del pensiero, potendo tutto ciò favorire quello stato d'animo in cui "le tecniche si generano e si trasformano senza posa come acqua zampillante da una sorgente".
E' dunque anjôdaza uno stato d'animo, una disposizione dell'essere ineffabile ma reale che viene spesso descritta dal maestro Tada Hiroshi come l'ascoltare il suono del vuoto con le orecchie dello spirito.

ANJÔDAZA - Calligrafia del maestro Nagayama Norio

 

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