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IAIDÔ
Come
gemmazione
dalle classiche
tecniche
di combattimento
con la spada, quando quest’ultima era l’arma d’elezione,
si sviluppò
nell’antico Giappone un efficace metodo di difesa da
improvvise incursioni di nemici o da singoli attacchi di sorpresa.
Nacque così una nuova arte marziale che, tramandata
di generazione in generazione, viene praticata anche al giorno
d’oggi: ovviamente non per l’efficacia difensiva
da utilizzare in improbabili combattimenti con la spada, ma
come Via che può condurre alla realizzazione spirituale
o più semplicemente come attività sportiva.
iaidô è il suo nome odierno: il primo
ideogramma (i) della parola giapponese indica l’esistenza
sia del corpo che dello spirito (c’è chi dice
che accolga l’essere dell’universo intero o, più
semplicemente, l’essere dell’uomo –qualsiasi
uomo- nel mondo, il suo esserci); l’ideogramma che segue
(ai) addita alla versatilità e alla duttilità;,
vale a dire nel caso in esame all’esecuzione prodigiosamente
spontanea di movimenti del corpo e della mente, ogni volta
e dovunque sia necessaria una risposta tecnicamente valida,
immediata, precisa ed adeguata con la spada; l’ideogramma
finale (dô, che sta per Via) impone una connotazione
che centra l’attenzione sulla scelta di un modo di vivere
niente affatto piatto. Questi fondamenti che giungono dalla
saggezza del linguaggio rendono esplicito che il senso ed
il valore dello iaidô è di essere un’eccellente
disciplina per unificare ‘corpo e mente’ (i).
Molteplici sono le possibili situazioni e circostanze da cui
può partire un attacco di sorpresa: uno solo può
essere il nemico da cui doversi difendere, ma può accadere
che siano due, tre, quattro coloro che aggrediscono simultaneamente;
l’azione offensiva può venire dal davanti, ma
anche da un lato, oppure dalle spalle; l’assalitore
può trovarsi in piedi o essere seduto vicino all’aggredito;
e via via elencando. Tutte queste eventualità sono
prese in considerazione in modo sistematico nello studio dello
iaidô. Ma quel che è importante come
base di esperienze trasformatrici per plasmare mente e corpo
e farne un tutt’uno è ben altro; o, meglio, è
un’assenza, l’assenza fisica del nemico nello
scenario che si presenta agli occhi del praticante (del guerriero).
In
qualsiasi altra arte marziale infatti è ben visibile
il corpo dell’avversario o almeno un bersaglio concreto
e ben evidente da colpire. Nello iaidô niente
di tutto ciò; si è nella più totale solitudine,
armati di spada: è questa una condizione duramente
ascetica perché non solletica nascoste ambizioni da
soddisfare in compiaciute competizioni e che perciò,
per affrontarla con la necessaria determinazione e perseveranza,
bisogna essere ’saldo, vigoroso, ben piantato, né
depresso né esaltato, atto a vincere la battaglia’.
Nell’arengo dove tutto si gioca –cioè nella
mente- si deve innanzi tutto provvedere alla composizione
del luogo (per usare la terminologia degli esercizi spirituali
ispirati da sant’Ignazio di Loyola), vale a dire si
deve visualizzare con veemenza il campo dove si svolgerà
il fatto d’armi con il minaccioso nemico pronto ad attaccare.
Lo sguardo è posato sull’aggressore creato dalla
facoltà immaginativa: ma non si tratta di guardarlo
in modo meccanico, né di concentrare tutta l’attenzione
su di lui. Bisogna infatti essere presenti sull’intero
scenario, cioè sentirsi al centro del luogo dove avverrà
il duello, pronti a percepire anche quanto avviene alle proprie
spalle: perché è tutto il corpo che in ogni
momento guarda sia il nemico che il paesaggio (dove
può avanzare più d’un aggressore). Gli
occhi, in nessun attimo assenti, si trovano a fuoco sulla
distanza dove la fervida immaginazione del praticante pone
il nemico, tant’è che simultaneamente al colpo
di spada si abbassano per seguire l’assalitore caduto.
Una simile concentrata tensione si esterna anche nella totale
assenza di un sia pur minimo batter di ciglia e con una respirazione
che è quella tipica del sonno profondo e dunque invisibile
a chi osserva dal di fuori; in altre parole, bisogna essere
oltraggiosamente attenti alla sola realtà che in quel
momento è destinata: il combattimento.
Composto nella mente il luogo del duello, è necessario
farsi possedere dalla visione in modo che corpo e mente ne
siano impregnati come da una minacciosa situazione reale.
A questo punto inizia l’incontro/scontro che si articola
in una delicata ma allo stesso tempo feroce geometria di pochi
gesti: si sguaina la spada per difendersi dall’attacco
incombente, si para il fendente o si colpisce il nemico imponendo
un perfetto orientamento all’arma (un taglio orizzontale,
obliquo o verticale; un colpo di punta), si scrolla via il
sangue dalla lama, e si rinfodera la spada. Ogni dettaglio
in questa scarsità di azioni ripetitive è sottomesso
ad una meticolosa ed inflessibile disciplina: il movimento
della spada deve essere impeccabile, sfrondato da qualsiasi
inutile fronzolo, perché in ogni istante della sua
traiettoria il colpo di chi si difende (del praticante-guerriero)
deve costituire un’inesorabile azione ostile contro
il nemico che non può più sfuggire alla morte.
Stando così le cose, chi inizia ad andare nella Via
deve essere ben conscio di aver abbracciato un sorta di trappismo
della perfezione.
Il
ritmo con cui si susseguono le poche azioni che costituiscono
ogni sequenza predeterminata di colpi (kata) non
ha nulla di sovraeccitato, di convulso e dunque nulla di confuso;
non vi è impetuosità violenta. Ogni singolo
movimento (ad esempio, sguainare la spada) è afferrato
da un ritmo mentale e corporale che inizia con una tensione
come per vincere una resistenza o superare un ostacolo (jo),
oltre il quale si ha un movimento accelerato (ha)
che conduce alla completa estrazione della spada dalla sua
guaina e che termina improvvisamente e quasi in modo esplosivo
(kyû) col colpo di spada che abbatte il nemico;
l’energia mentale accumulata dalla resistenza iniziale
non è però tutta spesa in questo singolo evento
e l’eccedente residuo di energia continua a fluire dando
lento inizio all’azione successiva (che può essere
lo scotimento della spada per liberarla dall’immaginario
sangue, o altro ancora) con le medesime caratteristiche di
ritmo (jo - ha - kyû), e
così via via fino alla fine del kata.
Col passar del tempo si conquista sempre più una distanza
tra sé e la propria psiche, lasciandosi dietro l’eccitazione
che genera il combattimento, acquisendo il distacco dall’azione
bramosa, abbandonando il basso interesse per la vittoria,
liberandosi dall’odio dall’ira dalla paura, diventando
perciò ‘simile al leone che non trema per qualsivoglia
rumore’, raggiungendo una quiete totale per cui si è
‘simile al vento che nessuna rete afferra’. Le
condizioni scrupolosamente predeterminate che concorrono a
favorire questo stato mentale sono in numero quasi indefinito
e ciascuna scuola non fa che seguire quelle dettate dal suo
passato. L’ambiente in cui si pratica lo iaidô
è silenzioso, una qualità questa che viene spesso
utilizzata in più d’un modo per favorire una
sorta di migrazione interiore. In alcune scuole di iaidô
il silenzio è spezzato di tanto in tanto da un urlo,
spesso chiamato col termine giapponese kiai, che
serve anche ad ottenere un contatto aggressivo con l’avversario
e, di rimbalzo, una maggiore concentrazione, tale che ne viene
rafforzata l’unità tra volontà e corpo
ed il corpo appare sempre più come volontà fatta
rappresentazione. Nella gran parte delle scuole di iaidô,
invece, il mescolamento armonico (ai) dell’energia
(ki) dell’aggressore con quella dell’aggredito
(tale è il significato del kiai) -un evento
assolutamente necessario in ogni arte marziale- non è
gridato ma accade nella mente acquietata dove ha inizio e
termine l’abbraccio mortale con l’assalitore;
e dunque in queste scuole si preferisce assecondare un silenzio
durevole ed ininterrotto, e ciò al fine di tener sempre
più ferma l’elusiva e sfuggente immaginazione
in modo da potervi scolpire con pazienza e duro sforzo –come
se fosse nella pietra- tutti i kata nella loro massima
e mirabile perfezione di forma e di ritmo: finché quel
che si sta imparando non sia diventato carne e respirazione.
Conquistata la serena lucidità che promette lo iaidô
e che comporta totale assenza di tensioni muscolari, calmo
distacco e saldezza interiore, i colpi di spada partono solo
e direttamente da immagini-comando che si formano nella mente
e di conseguenza durante lo svolgersi del kata non
c’è più segno di alcuno sforzo fisico
(l’agire senza agire, secondo la nota espressione
estremo-orientale, è così raggiunto).
Il dôjô Aikizen no kai è affiliato alla Confederazione
Italiana di Kendo (CIK), nella sua sezione relativa allo Iaidô.
Al momento attuale l’insegnamento di questa disciplina marziale
verte soprattutto sul seitei iai (o forma standard), costituito
da dodici kata.

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