| JÔDÔ
Nell'a.a. 2007/2008 il corso è sospeso.
Il jodo è la via spirituale (do) centrata sull’uso
esperto di un bastone (jo), ma allo stesso tempo è
anche una potente ed efficace arte marziale che fin dal lontano
passato rappresenta una sorta di impenetrabilità all’altrui
violenza; da un punto di vista storico, il jodo affonda le
sue radici in tutte quelle scuole di discipline marziali che
opponevano un’arma dall’apparenza modesta (un
bastone, appunto) ad una molteplicità di aggressivi
strumenti d’offesa e specialmente a quello che un tempo
appariva come il più minaccioso tra tutti, la spada.
Un bastone, s’è detto. Con queste caratteristiche:
fatto di legno di quercia (perciò ben resistente, di
sobria flessibilità e leggero), rotondo, dritto, con
le estremità piatte, lungo 128 cm e spesso 2,4 cm.
Non avendo dunque parti taglienti né capi acuminati,
un tal bastone può operare come arma solo esercitando
un urto possente che picchia bruscamente e con elevata precisione
un conveniente bersaglio scelto sul corpo dell’avversario
(plesso solare, sommità del cranio, radice del naso,
lati della testa o del tronco, ed altro): quando colpisce
con una delle sue piatte estremità, il bastone percorre
traiettorie lineari come fosse una lunga baionetta (yari),
senza però penetrare nel bersaglio; ma può anche
spazzar via l’avversario o, meglio, infliggergli gagliarde
percosse di lato, quasi si trattasse di un’alabarda
(naginata); molto spesso poi si abbatte dall’alto o
sale impetuosamente dal basso al modo di una spada (tachi).
Nel jodo dunque l’uso aggressivo del bastone sembra
riassumere le modalità d’attacco di tre classiche
armi molto diffuse nell’antico Giappone (yari, naginata,
tachi), un indizio questo della sua vasta duttilità
di impiego come strumento d’offesa. Ma l’uso del
bastone nel jodo non si limita a questi atti ostili; infatti
comprende anche e soprattutto parate, bloccaggi, coperture,
deviazioni, spinte, minacce: vale a dire, copiose e svariate
misure difensive ed evasive da precisi e mirati attacchi.
In conclusione, il bastone è un’arma da impatto
o, come suol dirsi, da botta: un’arma che nelle mani
di un esperto dismette la sua mediocre esteriorità,
acquistando un travolgente impeto che deflette con facilità
un colpo di spada o che, con una botta ben assestata, riduce
in pezzi una lama metallica; ma è pure una terribile
arma che può diventare messaggera del tremendo e del
raccapricciante, in quanto può anche uccidere.
Seppur non manchino colpi veementi condotti al meglio con
una sola mano, nel jodo il bastone è governato per
lo più con le due mani che rapidamente scorrono per
l’intera sua lunghezza, mantenendo una stretta leggera
e muscoli rilassati; e sono presenti anche veloci passaggi
dalla presa con due mani a quella con una sola e viceversa,
a cominciare sia dalla parte destra che dalla parte sinistra
del corpo. E’ col sommarsi di tutte queste possibilità
di movimento che le tecniche del jodo diventano ammirevolmente
varie vigorose ed efficaci, in quanto le azioni che prendono
le mosse da destra possono trascorrere –senza interruzione
alcuna ed anzi come avvolte in un flusso continuo di energia-
in atti protettivi o irruenti svolti da sinistra (e viceversa),
quasi a raddoppiare la capacità difensiva del bastone
e ad accrescere la sua potenza d’attacco. A seconda
poi del punto in cui viene afferrato il bastone, varia la
distanza (ma-ai) di combattimento: che può essere breve
così da permettere d’avvicinarsi il più
possibile all’avversario per colpirlo con facilità
e potenza; o lunga, per tenerlo a bada.
Ma il jodo è più che questo. La rappresentazione
non è completa se a quanto detto non si aggiunge un
suo principio fondante ma nascosto (che sembra condividere
con l’aikido) e che può essere racchiuso in una
parola: astensione o, forse meglio, rinuncia; rinuncia alla
prevaricazione ed alla volontà di potenza. Infatti,
pur applicando con verità il jodo, è sempre
possibile sconfiggere un avversario senza ucciderlo o senza
procurargli gravi danni fisici: basta modulare l’energia
dell’urto in modo da non rendere letale l’impatto
o, in alternativa, dirigere i colpi del bastone verso bersagli
non troppo sensibili; una tattica questa che ovviamente non
può valere per le armi taglienti, come la spada o il
pugnale. E’ forse questa qualità che ha permesso
al jodo di conservare la sua totale ed originale efficacia
come disciplina da combattimento anche in un tempo –quello
d’oggigiorno- in cui un tale pregio è andato
sostanzialmente diluendosi per quasi tutte le arti marziali,
a motivo della spoliazione che hanno di necessità subito:
quella del loro sbocco naturale in un campo di battaglia,
in luoghi malfamati o, più semplicemente, nella quotidiana
strada.
Ma come si apprende l’uso del bastone nel jodo? Il
metodo d’allenamento è imperniato sulla incessante
ripetizione di esercizi precostituiti (kata), ciascuno dei
quali ingloba una singola tattica di combattimento contro
un avversario armato di una spada di legno (bokuto): si tratta
sempre di evadere da un attacco (mirato ad una parte sensibile
del corpo, come può essere la sommità della
testa) e, secondariamente, di portare un’azione di ritorsione
col bastone. Attanagliato nella ripetizione dei kata, il praticante
di jodo guadagna un’esperienza formidabile che gli permette
di acquisire gli elementi essenziali di un vero combattimento:
l’inflessibile e cadenzato ritmo per evadere dall’attacco
o per infliggere una botta decisiva; la traiettoria impeccabile
dei colpi per ridurre sotto controllo l’avversario;
la distanza ottimale per colpire l’avversario (mettendo
a buon frutto pure la maggiore lunghezza del bastone rispetto
alla spada); la lucida presenza a se stessi che, tra l’altro,
infonde la fiducia di poter fare a meno del bastone (e questo
vale ovviamente quando il bastone è ormai percepito
come un’estensione del proprio corpo e non più
come una mera appendice delle braccia).
Il jodo è coltivato senza speciali equipaggiamenti
di protezione per meglio instillare nella mente del praticante
coraggio, prudenza e controllo; ma specialmente attenzione.
Mai distrarsi durante la pratica e sempre sottrarsi alla pigrizia
dell’abitudine che la ripetizione dei kata può
facilmente indurre: la mente deve essere totalmente concentrata
sul qui ed ora, come se si fosse impegnati in un vero e proprio
combattimento per la vita o per la morte. E’ solo così
che col tempo si riesce a padroneggiare pienamente i kata:
non solo cioè nel loro aspetto formale, ma anche e
soprattutto nel loro spirito, raggiungendo in tal modo quel
livello di perizia necessario per affrontare pure scontri
reali. Per rivestire di insistente realismo tutti i kata,
non è richiesta un’immaginazione passionale,
ma un’attenzione fervente ed irremovibile. Com’è
noto, nella nostra mente c’è qualcosa che rifugge
dalla vera attenzione (quella stessa che cerca di plasmare
lo zazen) molto più violentemente di quanto alla carne
ripugni la fatica: nell’attenzione infatti si opera
uno spogliamento del proprio misero io che –quando è
calato totalmente nell’evento del combattimento (mimato
in un kata o reale, che sia)- scompare. Nel momento in cui
ciò si realizza, il praticante di jodo può stare
certo che sta percorrendo la Via del bastone.
Per chi inizia lo studio di questa arte marziale, l’insegnamento
si basa su un repertorio che raggruppa dodici kata, scelti
(da una commissione giapponese appositamente nominata e che
ha terminato i suoi lavori nel 1968) come i più rappresentativi
tra i sessantaquattro propri della scuola più antica
di jodo (shinto muso ryu), sorta circa quattrocento anni fa.
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